Concorso nazionale di musica Allegro Molto®

Città di Mozzate SECONDA EDIZIONE dal 23 maggio al 14 giugno 2026

ACCADEMIA G. MARTUCCI

‍LA STORIA DI ALLEGRO MOLTO

‍una scommessa impossibile

‍www.accademiamartucci.it


‍Il tramonto


‍C'è un'ora del giorno in cui Allegro Molto rivela qualcosa che nessun progetto poteva prevedere. Quando il sole comincia a scendere, la luce entra dalla finestra dell’aula dedicata al titano di Bonn, attraversa il vetro, si stende sul pavimento, risale lungo il fianco del pianoforte e colora tutta la stanza di colori caldi e profondi. In quei minuti, chiunque stia suonando deve alzare lo sguardo. I bambini si fermano. Il maestro si ferma. E per un istante la musica e la luce sono la stessa cosa. L’amato Yamaha, (Alberto per gli amici) è stato posizionato lì appositamente, di fronte alla finestra, affinché quel tramonto diventasse parte della lezione e così i bambini imparassero che la bellezza non abita solo dentro una parte musicale ma abita anche nella luce che cambia, nel silenzio che precede una nota, nel cielo che si incendia ogni sera come se fosse la prima volta. Il piccolo principe diceva che quando si è molto tristi si amano i tramonti, ma qui nessuno è triste, qui il tramonto è un dono che arriva puntuale, anche se ogni volta è diverso. Questo luogo ha una storia e questa storia comincia molto prima di quel pianoforte e di quella finestra.


‍La lastra di marmo


‍All'ingresso dell'edificio, una lastra di marmo porta incisi decine di nomi. Appartengono alle persone che negli anni venti del novecento vollero donare parte del proprio denaro affinché il parroco di allora, Don Emilio Cocchi, potesse far costruire un oratorio e un teatro per la città. In quegli anni l'Italia usciva dalla Grande Guerra ed erano momenti difficili per chiunque; eppure, nonostante tutto, un'intera comunità, di ricchi ma soprattutto di poveri, sentì il bisogno di edificare qualcosa che fosse di tutti. Nel 1922 prese finalmente vita e diede la casa a tanti bambini, ma poi passarono i decenni e si costruì un altro oratorio e l’edificio “di Don Cocchi” scivolò nell’oblio. I vetri delle finestre si ruppero, la muffa colonizzò ogni angolo e la polvere si depositò ovunque, anno dopo anno, come una neve grigia che nessuno voleva più spalare. L'ultimo piano divenne il rifugio per i senzatetto e sulle porte comparvero nomi scritti in arabo, i nomi di chi aveva abitato quelle stanze che la città non voleva più. Nessuno protestò, nessuno reclamò e l’oratorio divenne un fantasma al centro del paese.


‍Un mazzo di chiavi


‍Nell'estate del 2013 un mazzo di chiavi mi passò fra le mani, il parroco di allora, Don Luigi Alberio, pronunciò una frase che pesava come una promessa: «Vuoi realizzare finalmente la tua scuola di musica?» Dietro quelle parole c'era un sogno custodito per tanti anni in silenzio, fin dal primo giorno dell'arrivo a Mozzate, ovvero, dar vita a un luogo dove la musica e la bellezza fossero inseparabili, dove i bambini potessero crescere circondati dal bello prima ancora di saper leggere una parte musicale. Andammo insieme verso quell’edificio che non avevo mai vistato e la porta si aprì su uno spettacolo desolante: totale abbandono, pareti rivestite di plasticone arancione e coperte da innumerevoli strati multicolore di vernici scadenti ormai consunte. Macerie, vetri rotti sotto ogni passo, guano, muffa. Niente corrente elettrica, acqua, riscaldamento … più che un oratorio dismesso, pareva un vecchio ospedale psichiatrico abbandonato. Quel pomeriggio rimasi da solo seduto su quel culmo di polvere e le ore passarono senza che me ne potessi accorgere. Il sopralluogo divenne esplorazione, l'esplorazione divenne visione. Era estate, il sole calava tardi e a un certo punto la luce del tramonto entrò da una finestra senza vetri e inondò la stanza. Le pareti devastate si colorarono d'arancio. La polvere sospesa nell'aria si trasformò in pagliuzze d’oro e, in quell'istante, in mezzo a tutte quelle rovine inondate di luce, non ci fu più lo sconforto ma un’illuminazione come una nota che squarcia il silenzio. Era proprio lì che tutto doveva nascere, davanti a quella finestra, un giorno, avrebbe trovato la propria casa un pianoforte e quella stanza l’avrei dedicata a Beethoven.


‍Il silenzio e l’ascolto


‍I lavori non cominciarono con un martello, bensì col silenzio e l’ascolto. Un luogo, se lo si osserva con ostinazione, finisce per parlare. Racconta chi lo ha edificato, attraversato, abitato, amato e tradito lasciandolo morire. Giorni e notti trascorsi in mezzo alla polvere, ad accarezzare ogni parete con le mani, a studiare ogni crepa, a cercare in mezzo a quelle rovine l'ispirazione per reinventare tutto. Centinaia di idee appuntate su fogli sparsi, settimane di misurazioni, disegni e schizzi accumulati ovunque. E, alla fine, una scelta che tutti giudicarono insensata, ovvero, non sostituire nulla di ciò che poteva essere salvato, non cancellare la memoria. Ogni centimetro di quel luogo portava addosso quasi un secolo di vita. E quella vita meritava di continuare.


‍I tesori nascosti


‍Il primo dono emerse sotto i piedi. Il pavimento del secondo piano era sporco e consunto, in alcuni punti coperto dai ricordi della colla occorsa per il linoleum, e, per la maggior parte, verniciato (gli anni settanta hanno portato tanta barbarie agli edifici della penisola). Nessuno avrebbe dato una seconda possibilità a quei pavimenti, ma dopo settimane di lavoro a mani nude cominciarono ad affiorare alcune venature: sottili, eleganti, delicate, come un racconto che aspettava da decenni qualcuno disposto ad ascoltarlo. Quel pavimento disprezzato era un magnifico cotto variegato lombardo, rimasto invisibile sotto generazioni di colpi di vernice e noncuranza. Ci vollero mesi per restituirgli la sua identità e, quando tornò a splendere, bastava guardarlo per comprendere il senso dell'intera impresa. Ogni superficie rivelò la propria anima, purché la si trattasse con riguardo. Il cemento stampato del corridoio, dopo settimane di lavaggi ostinati, fu rivestito di un grigio scuro sobrio e profondo. Le cementine del salone vennero restaurate e ridipinte una ad una per riportarle alla tonalità originale. Incredibile pensare come Don Cocchi abbia scelto e fatto posare tante cose belle e preziose per un oratorio.


‍Il legno di don Cocchi


‍Le porte e le finestre erano quelle originarie di quasi un secolo prima (colonizzate da un paese di ragni, con tanto di scuola e municipio) e giacevano accatastate in un angolo: rotte, scavate dai tarli, con interventi posticci atti a inserire chiusure inutili, senza vetri, coperte da innumerevoli mani di vernice una peggiore dell'altra. Tutti consigliarono di disfarsene, ma quei legni, con le loro bellissime mondanature, portavano addosso un secolo di storia e non potevano finire in un cassonetto. Ci vollero mesi di sverniciatura a caldo, giorno dopo giorno, anta dopo anta, telaio dopo telaio. Più le voci intorno scoraggiavano, più il mio lavoro ostinato proseguiva e quando tornarono al legno originale, chiare e pulite, sentii indistintamente la loro gratitudine. 


‍Il volto nuovo


‍Restituita la vita al legno, venne il momento di dare un volto alle tristi pareti. Fu scelto un linguaggio fatto di grigi e di bianco, sobrio e armonioso, dove ogni dettaglio avrebbe avuto il compito di avvolgere intimamente chi vi avrebbe abitato. Lo stucco veneziano riveste la parte bassa delle pareti, grigio chiaro, dato a spatola. Una cornice bianca segna lo stacco con il grigio più intenso della parete superiore, dove altre cornici disegnano riquadri eleganti lungo le superfici, futura casa di svariati ritratti: Beethoven, Liszt, Brahms, Schubert e tanti altri. In alto, il perimetro del soffitto è scandito da modanature bianche che incorniciano un riquadro centrale di cornici a soffitto: prima il bianco, poi la cornice, poi il grigio che ritorna. Al centro, i rosoni sostengono i lampadari a goccia. È un gioco di rimandi e proporzioni pensato per abbracciare chi entra, un espediente per far sembrare le stanze più ampie.


‍La soglia


‍Giunse il momento di occuparsi della soglia, perché è lì che nasce la prima impressione di chi arriva. All'ingresso del secondo piano fu costruito un arco elegante mentre un cancello in ferro ne custodisce il passaggio. Disegnai personalmente quel cancello che porta con se i simboli della musica, dal pentagramma, ai semitoni, dagli accordi alle chiavi. I muri delle scale – quattro rampe che parevano il girone dantesco degli imbianchini – vennero interamente ricostruiti insieme al pavimento a scacchi che oggi accoglie chi entra.


‍Mille notti


‍Questa impresa durò quasi tre anni. Al mattino passavo da Allegro Molto, poi via a scuola, ritornavo in pausa pranzo e lavoravo, poi la volta delle lezioni di pianoforte, qualche concerto alla sera e di notte a continuare i lavori. Le mani piene di tagli e di calce, screpolate, gonfie, tanto rovinate che al mattino non riuscivano più a suonare. Bisognava aspettare un giorno, a volte due, affinché le dita tornassero a piegarsi senza dolore sulla tastiera. E poi si tornava alla polvere, al silenzio delle ore piccole rotto soltanto dal rumore dell’ostinazione di chi costruisce qualcosa in cui crede con tutto se stesso.


‍Una nuova vita


‍Il sette giugno del 2015, all'inaugurazione, centinaia di persone si strinsero con affetto intorno a quel luogo rinato. Nell'aria c'era qualcosa che andava oltre la festa e la curiosità, era la commozione di una comunità che vede con i propri occhi un atto d'amore vincere il tempo, l'indifferenza e l'abbandono. L'anno seguente, il 18 settembre 2016, fu posta all'ingresso una targa:


‍«Questo luogo, ricostruito e realizzato con infinito amore, viene donato a tutti i piccoli e grandi musicisti, i quali avranno l'onere di preservarlo e averne sempre grande cura. Viene donato, inoltre, a tutti coloro che amano l'arte e il bello, con l'auspicio che possa rimanere per sempre luogo animatore di cultura e bellezza.»


‍Sopra la targa, un ritratto accoglie chi varca questo piccolo scrigno. Lo ha dipinto la pittrice mozzatese Carole Silvia e ritrae Giuseppe Martucci, uno fra i più geniali musicisti Italiani di tutti i tempi: un tempo celebrato accanto ai massimi, poi consegnato all'oblio, sventura toccata a tanti grandi musicisti della penisola. Intitolargli l'accademia è stata una promessa dato che questo luogo non smetterà mai di cercare, di riscoprire, di dare voce a ciò che il mondo lascia morire. Nella nicchia presso l’uscita, i busti dei grandi compositori vegliano come guardiani silenziosi. La loro presenza è un monito: qualcuno, molto prima di noi, ha consacrato la propria esistenza a rendere la musica una delle avventure più alte dell’umanità. Chi passa davanti a quegli sguardi di pietra avverte, anche senza volerlo, il peso sacro di quell’eredità e la responsabilità di non lasciarla morire.


‍Allegro molto


‍Allegro Molto non è una scuola di musica ma qualcosa di molto più vasto: un luogo fondato sulla convinzione che la musica non si insegni soltanto con le note, ma attraverso la bellezza che circonda chi impara, la cura di ogni dettaglio, il rispetto per chi è venuto prima di noi e la generosità verso chi verrà dopo. È da questa visione che è nato il concorso nazionale di musica Allegro Molto® – Città di Mozzate, non una gara ma la celebrazione dei giovani musicisti e della musica che portano dentro. Allegro Molto da sempre vive in me. Nella musica che mi accompagna da quando ero bambino, nell’ostinazione di chi crede che il bello vada costruito e poi donato, nell’amore per i bambini che ogni pomeriggio salgono quelle scale e appoggiano le dita sulla tastiera e che inondano le mura con le loro meravigliose voci. Ogni nota che suonano e che cantano, ogni sguardo che si illumina, ogni tramonto che colora quella stanza è la ragione per cui tutto questo esiste. Se un giorno verrete a trovarci, venite verso sera. Il resto lo scoprirete da soli. Il Piccolo Principe diceva che quando si vuole guardare un tramonto, basta spostare la sedia di qualche passo. Qui non c’è bisogno di spostarla. Qui il tramonto viene a cercarti.


‍M° Davide Antonio Rizzo

Allegro Molto®

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